di Davide Camera

Mezzo secolo fa la sentenza n.202 della Consulta che autorizzava le emittenti radiofoniche private ad andare in onda in ambito locale.
50 anni fa, la Corte Costituzionale dava una vera picconata al monopolio Rai, consentendo alle radio libere di trasmettere, sia pure in ambito locale. Per questo, la data odierna viene considerata l’atto ufficiale di nascita delle emittenti radiofoniche private in Italia. In realtà alcune emittenti erano già da tempo in attività, alcune dal 1974, tanto che ancora oggi non riusciamo a stabilire una vera primogenitura delle radio libere in Italia. Un titolo che si contendono, con motivazioni diverse, Radio Valle Camonica, Radio Parma e Radio Milano International (oggi R101). Ma in realtà non sappiamo se qualche altra radio le abbia anticipate e sia sparita prima di loro. C’erano tante radio, si parlò non a caso di Far West sia per le radio che per le tv libere, perché le frequenze erano terra di nessuno, anzi di chi le occupava, con le buone e non solo. Ce n’erano a tutti i livelli e per tutti i gusti; le radio politiche, quelle di intrattenimento, quelle per il piacere di mettere su una stazione, e potrei continuare.
Noi ci formavamo ascoltando i grandi. Nelle radio estere, ma anche in Rai, tra Alto Gradimento, Supersonic, Popoff e Per voi giovani con il talentuosissimo Carlo Massarini, perché non è vero che all’epoca la Rai facesse brutta radio, anzi. Oggi il mondo della radio, ibridato da altre tecnologie e mezzi di comunicazione, modificato da chi vorrebbe che la radiofonia fosse una scienza esatta – e non lo è – vive molte insidie, nonostante, trattandosi di un mondo comunque autoreferenziale che però non è mai riuscito davvero a fare “lobby” in senso buono, asserisca di essere in buona salute.
Però c’è, è ancora vivo, ed episodi sul web come Relaxness Radio del mio amico Sergio Mancinelli, e modestamente la mia Radio7 Sette volte radio, testimoniano comunque di una vitalità legata allo specifico radiofonico, che ancora si può trovare. Il rischio però è quello di una progressiva marginalità, perché la grande editoria radiofonica non sempre ha mostrato di sapersi difendere dalle enormi novità che hanno trasformato la comunicazione negli ultimi anni. Le formule, i format, i grafici a torta in alcuni casi hanno avuto il sopravvento sul talento di chi conosce bene e sa fare la radio, conoscendone il suo specifico. Che purtroppo alle generazioni più giovani non è arrivato.
Ed è questo che mette a rischio il nostro mondo, quello nel quale siamo professionalmente cresciuti; parlo di chi come me lo ha trasformato in un lavoro, ma anche di chi, talentuosissimo, è transitato per la modulazione di frequenza negli anni d’oro per poi cambiare vita. Sempre e comunque viva la radio. La radio viva, però. Chissà se tra 50 anni chi ci sarà dopo di noi potrà celebrarla viva. Voglio pensarlo e sperarlo.

