Di tutto un po'

RAISPORT: QUANDO IL PROBLEMA E’ LA “GRAMMATICA TELEVISIVA”

Non conosco le vicende interne di Rai Sport, dove peraltro credo che la politica abbia generato “tifoserie contrarie” fin dai tempi successivi a quelli in cui Gilberto Evangelisti aveva fondato la allora TGS. Della grandezza del direttore e dell’uomo mi resi conto quando lo conobbi in occasione dell’esame per diventare giornalista professionista e in particolare il corso propedeutico che si svolgeva a Fiuggi, del quale lui, segretario fisso della commissione di esame, era organizzatore e motore. Evangelisti probabilmente era la persona giusta per mettere il tappo a tensioni che dopo sarebbero degenerate, e che logorarono anche grandi direttori che comunque riuscirono a fare ottime cose.

L’ultima gestione, prima dell’interim di Marco Franzelli e ora dell’arrivo di Jacopo Volpi che da anni ambiva al ruolo, sfiorandolo più volte, ha compiuto una serie di scelte estetiche e di “grammatica televisiva” che ho trovato abbastanza opinabili. Provo a metterle in fila:

–  L’eliminazione della cravatta dall’abbigliamento dei conduttori, costretti perfino nel tg a fare dei “salti mortali” per rimanere abbastanza eleganti. La questione principale è che il conduttore televisivo entra nelle case della gente, è un ospite che in questo caso informa e cerca di presentarsi con la giusta eleganza essendo appunto un ospite. Un conto è una telecronaca, dove ci si trova all’aperto, oppure magari al caldo della bolgia di alcuni palasport, un altro è la conduzione in studio. Peraltro il colletto aperto della camicia mostrava alle volte uno spettacolo non gradevolissimo legato al caldo dello studio, e quindi al fatto che inevitabilmente il collo sia sudaticcio… Ecco, la cravatta tutto questo lo nasconde. E chiaramente, la pochette con camicia aperta non si addice troppo a un notiziario o ad uno studio televisivo. Infatti l’interim di Marco Franzelli, allievo dei vari Stagno-Valenti-Petrucci come lo stesso Volpi, ha ripristinato la cravatta almeno nel Tg Sport, pare di capire con immensa gioia dei conduttori più bravi che subito hanno sfoggiato le loro migliori.

– Altra eliminazione grave: quella delle sigle dei programmi storici, sostituite da un omologato, sgradevole “bum bum bum” di percussioni accompagnato da una grafica fastidiosa agli occhi più delicati. Non basta accennare alla sigla di “90°minuto” mentre si inquadra lo studio all’inizio del programma. La sigla, pur se ormai molto breve, quando è storica serve al telespettatore distratto per capire che la trasmissione sta iniziando. Se senti le note del Tg1 o quelle di 90°minuto sai subito che cosa sta iniziando e vai davanti al video. Non c’è bisogno d’altro. Magari il “bum bum bum” fa invece cambiare canale repentinamente…

– L’omologazione di tutte le trasmissioni sportive, perfino di Sportabilia: tutti seduti intorno a un tavolo, così come nel fortunato Circolo degli Anelli che forse ha fatto pensare erroneamente alla direttrice Alessandra De Stefano che quella formula, così fortunata per le Olimpiadi, potesse adattarsi a qualsiasi situazione. Così ogni trasmissione è diventata così, tutti seduti attorno a un tavolo – e tutti senza cravatta –  compreso lo stesso format replicato per i Mondiali di calcio, dove Chechi e Simeoni davvero c’entravano poco, non certo per colpa loro.

– L’eccessivo utilizzo della realtà virtuale, negli studi e all’esterno, perfino con l’ospite “a distanza” ma virtualmente inserito nello studio, fortunatamente eliminato successivamente. Inoltre gli studi virtuali dovrebbero fare una maggiore attenzione a ombre e riflessi.

– L’inutilità dello “studio sul posto” per le telecronache non calcistiche: negli incontri di pallavolo e di basket, più che di un conduttore in uno studio che è poi il centro del palazzetto, c’è necessità di un bordocampista. Il telecronista e il commentatore tecnico nella maggior parte dei casi, per presenza e competenza, bastano e avanzano da soli nel guidare la trasmissione.

– L’eliminazione dal palinsesto delle repliche storiche, una volta usate come riempitivo che alzava gli ascolti e anche l’orgoglio Rai, grandi trasmissioni e professionisti della televisione e del giornalismo sportivo: Martellini, Stagno, De Zan, Viola, Pigna, Oddo, Poltronieri, Pizzul, De Laurentiis, Minà, Ciotti… al posto di queste chicche, repliche di avvenimenti magari riciclati quattro o cinque volte, e talvolta risalenti a una settimana prima. E allora, forse è meglio 40 o 50 anni prima, a quel punto… in bianco e nero, in 4/3, però…

– Perfino nel ciclismo, specializzazione della direttrice, c’era qualcosa di non troppo televisivo. Va benissimo seguire l’intera giornata del Giro d’Italia, ma la telecronaca di un’intera tappa diventa spesso una grande sofferenza anche per chi la fa, peraltro tutti bravissimi a cominciare da Francesco Pancani. Io penso che Adriano De Zan forse si sarebbe opposto alla telecronaca integrale, perché le cose che succedono nelle prime due ore, in genere, non sono molte e si possono sintetizzare nelle due ore successive senza particolari danni nel racconto. Spezzato talvolta da inserti di altro tipo: giustamente si valorizza il territorio dove passa il Giro, giustamente ci sono i collegamenti degli inviati “con lo zainetto” – qualcuno con la tentazione forte di emulare Enzo Stinchelli – però a chi segue la corsa principalmente interessa quella… come sanno bene Pancani e Petacchi che hanno saputo tenere la barra a dritta. Ultima cosa: perché chiamare Processo alla Tappa l’ottima trasmissione dopo la corsa, fatta per carità molto bene, ma che poco ha a che vedere con quella storica di Zavoli e pure con la riedizione di Ferretti?

Le osservazioni che ho fatto sono tutte di natura televisiva, tecnica ed estetica, oltre che di carattere giornalistico. Il resto ovviamente non può interessare al telespettatore ed è materia che starà sempre a direttori e capi cercare di dirimere e risolvere, purché non intacchi la qualità di quello che esce (…). Ora tocca a Jacopo Volpi che ha il vantaggio duplice di conoscere bene non solo la Rai e la testata che ora dirigerà…ma anche la televisione che c’era prima. E di aver avuto quei grandi maestri, tra i quali proprio Gilberto Evangelisti.

Categorised in: Editoriali, Novantunesimo Minuto, Televisione

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