Di tutto un po'

RIFLESSIONI SULLA RADIOFONIA: DAL CAMBIO A RADIO PADOVA AL PANORAMA GENERALE

È possibile fare qualche riflessione generale partendo da qualcosa che in un determinato momento è anche entrato nella tua vita professionale? Ho deciso di provarci, visto che il mio coinvolgimento con Radio Padova è stato tutto sommato recente, e troppo breve per entrare nel cuore, a parte l’amicizia con alcuni colleghi e soprattutto con Paolo Mursia, con il quale ho condiviso due anni di un bel progetto legato all’informazione locale, nel quale ci ritagliavamo anche qualche scampolo per i commenti sportivi, con la soddisfazione di un buon riscontro da un punto di vista degli ascolti.

La notizia è ufficiale, ed è a suo modo storica: Alberto Mazzocco, uno dei fondatori di Radio Padova, ha ceduto tutte le sue quote dell’emittente alla Company Group Srl, ossia alla famiglia Comin e a Mauro Tonello, gruppo che adesso detiene il 100% della radio. Subito si è scatenata la ridda di ipotesi su che cosa potrà succedere sia all’emittente che al vecchio marchio radiofonico, e immediatamente sui social sono apparsi gli “informatissimi” che “sanno tutto”, e che probabilmente sono destinati a essere smentiti nei prossimi giorni. Non ci uniremo a questo coro, ma dedichiamo a questa situazione una serie di riflessioni, complice il fatto di essere fuori dai giochi ormai da qualche anno. Riflessioni che, peraltro, non sono rivolte alla vicenda in sé, ma in realtà generali.

Un mito per oltre trent’anni

Radio Padova è stata, per molti anni, un modello per chiunque in Veneto volesse fare un certo tipo di radio. Era all’avanguardia, era la migliore sia per gli speaker che per la musica che mandava in onda, e il segnale era già allora forte e con una qualità del suono splendida. Per molti anni si è occupato in prima persona della radio un altro fondatore, Giorgio Walter Galante, poi passato completamente all’ avventura televisiva di Telepadova e di 7 Gold (mentre Mazzocco nel 2009 creò Sphera Holding con la famiglia Comin).

Quegli anni, quelli in cui Radio Padova era in via Turazza, erano comunque altri tempi: ovunque fiorivano emittenti locali, e le più importanti erano punti di riferimento. Nei Settanta e Ottanta, per qualsiasi ragazzo del Veneto Orientale, e forse non soltanto, finire a trasmettere lì sarebbe stato il coronamento di un sogno: ma dovevi essere bravissimo, altrimenti quella emittente non l’avresti vista neppure con il binocolo. È difficile spiegarlo alle generazioni più giovani, ma anche a chi non ha vissuto la prima e la seconda “ondata” dell’emittenza radiofonica “libera”: all’epoca la radio non si faceva, si viveva. Si era impegnati tutti insieme in una grande avventura, nel proprio piccolo si era consapevoli, o forse speranzosi, di costruire un minuscolo tassello di storia.

C’era Radio Padova, Radio Base 101, poi Gemini One: il segnale di queste emittenti fatte così bene (e di altre) arrivava forte e pulito a Venezia centro storico. E tu ascoltavi, e cercavi di imparare. Tutto: non solo a parlare al microfono.

La mia avventura radiofonica, in quegli anni, si dipanava lungo altre vie: dalle piccole emittenti veneziane, all’esperienza importante di Novaradio Mestre Venezia (che poi, anni dopo, entrò come Easy Network nell’universo di Radio Padova), alla parentesi televisiva per passare quindi alla mia lunga esperienza nei network e nelle agenzie nazionali.

Le cose sono cambiate per molti motivi, principalmente ascrivibili a due situazioni, se vogliamo una conseguenza dell’altra: lo sviluppo dei network nazionali ha portato a un tentativo di regolamentazione con la legge Mammì, principalmente rivolta alle televisioni, ma che ovviamente dava delle norme a tutto il sistema. L’errore parte proprio da qui: le radio che sono rimaste, sono diventate per forza di cose delle imprese.

La “Mammì” cambia l’approccio… e il mondo della radio

Questo ha avuto necessariamente delle ripercussioni anche nelle dinamiche all’ interno delle varie emittenti: perché un conto è andare a divertirti in radio, e magari per questo divertimento venivi anche pagato, un altro è essere un “prestatore d’opera” o anche un dipendente, che magari amerà il suo lavoro, ma è costretto a svolgerlo con delle dinamiche da ufficio, la creazione di settori precisi, dirigenti, segreterie e così via. Arrivi, fai il tuo programma, magari anche ti diverti facendolo, e poi te ne vai. Con tutto il corollario delle “cene aziendali” o delle iniziative che non appaiono più riunioni conviviali o momenti tra amici, ma impegni di lavoro, appunto, dove incontri tutti i “colleghi” tirati a lucido, e cerchi di stare vicino solo alle persone con cui passeresti il tuo tempo anche al di fuori di quell’ ambito.

Ci sono stati gruppi che hanno puntato allo sviluppo del loro network radiofonico e ci sono riusciti, altri che invece hanno preferito pensare alla televisione. Progressivamente, i margini della radiofonia locale si sono sempre più ristretti, complice soprattutto negli anni Duemila la crisi economica globale, unita ad una fondamentale impreparazione di molti editori locali che non hanno saputo “fare lobby”, anzi hanno continuato a farsi concorrenza spietata, mentre i network crescevano, ma loro avevano ancora l’ardire di sentirsi ad armi pari agli inizi del millennio con i vari Hazan, l’ Editoriale L’Espresso, con Suraci, Montefusco etc. etc. E alla fine, molti hanno gettato la spugna cedendo le loro frequenze ai network e ai grandi gruppi.

Il rischio dei cambiamenti repentini

In tutta questa situazione, invece, Radio Padova continuava a rimanere un riferimento importante. Negli ultimi anni ci sono stati tuttavia dei cambiamenti talvolta troppo repentini, spesso ispirati dall’editore, che come era avvenuto in esperienze molto precedenti anche nazionali (c’è il caso di scuola di Rds all’inizio del 2000), hanno creato qualche problema di identità, almeno nella percezione dell’ascoltatore.

I cambiamenti ci devono essere, ma quando sono repentini, quando rischiano di snaturare una radio, devono essere ben calcolati: si sa per certo che si perdono degli ascoltatori, ma si deve essere fortemente convinti del fatto che se ne conquisteranno degli altri. E ci vuole tempo, talvolta molto tempo per conquistarli, non esistono ricette, né taumaturghi capaci di far impennare un’emittente locale, che rimane diversa, nelle sue dinamiche, da un network. Non solo: l’esperienza insegna che lo stesso modello radiofonico può funzionare in una zona dell’Italia e non in un’altra.

Quello a cui, secondo il mio modesto parere, le emittenti locali hanno abdicato, almeno nel Veneto, è l’unica possibilità di sopravvivere con i network che dominano il mercato, e che tra l’altro stanno perdendo ascolti perché è il mondo della radio che ha perso molto appeal in generale: occuparsi del territorio, del loro territorio, analizzare, approfondire, dare chiavi di lettura serie e competenti dei fatti e delle questioni locali.

Si è invece puntato troppo spesso a voler seguire in ambiti regionali dei modelli nazionali che sono frutto di grande preparazione e non di improvvisazione, anche se magari possono dare questa seconda impressione. In ogni caso, l’ascoltatore, tra l’originale e la copia, sceglierà sempre l’originale, sempre che il format sia di suo gradimento.

Salvare un patrimonio della radiofonia veneta

Ovviamente, non entro nel merito di situazioni e dinamiche che non conosco. L’unico invito che rivolgo a chi ora gestirà Radio Padova è di non disperdere questo patrimonio di storia e qualità radiofonica che in parte il tempo ha assottigliato, di dare una direzione ben precisa ad una radio che ben guidata potrebbe ancora dire molto nel panorama dell’emittenza veneta. Sarebbe un errore, a mio avviso, ridurla per esempio a una radio di musica non stop come ne esistono tante e non avrebbe distinzione con qualche canale nazionale o anche locale.

E – soprattutto – non va più commesso l’errore fatto da qualcuno, di mettere sullo stesso piano la diretta e la registrata. A parte che la diretta sarebbe il “sale” della radio, se usata nel modo giusto, in ogni caso il modo di lavorare è diverso. Anche gli stessi “bianchi” o “liner”, ossia gli interventi del conduttore che si registrano per un programma musicale o di intrattenimento, sono pensati in modo diverso se si deve parlare all’ascoltatore in quel momento oppure se devono essere “precotti”. Sembrano cose scontate, ma spesso non lo sono.

In fondo, che cosa debba essere la radio ancora oggi, ce lo dice Eugenio Finardi con parole molto semplici nella canzone che scrisse nel 1976, in venti minuti mentre si trovava in autobus. Invece di canticchiarla senza pensare al testo, molti manager anche di network importanti dovrebbero rileggerlo: qui c’è l’essenza del mezzo radiofonico. E la stiamo perdendo.

Davide Camera

 

LA RADIO
di Eugenio Finardi – Lucio Fabbri

Quando son solo in casa
e solo devo restare
per finire un lavoro
o perché ho il raffreddore.
C’è qualcosa di molto facile
che io posso fare:
è accendere la radio
e mettermi ad ascoltare.

Amo la radio perchè arriva dalla gente
entra nelle case
e ci parla direttamente
e se una radio è libera
ma libera veramente
mi piace ancor di più
perché libera la mente.

Con la radio si può scrivere
leggere o cucinare.
Non c’è da stare immobili
seduti lì a guardare.
E forse proprio questo
che me la fa preferire:
è che con la radio non si smette di pensare.

Amo la radio perchè arriva dalla gente
entra nelle case e
ci parla direttamente
e se una radio è libera
ma libera veramente
mi piace anche di più
perché libera la mente

Categorised in: Editoriali, Radio

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Collaboratori:
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Paolo Starvaggi

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