Di tutto un po'

GIORNATA MONDIALE DELLA RADIO: PERCHE’ NON SIA UNA CELEBRAZIONE DEL PASSATO

Un mezzo considerato obsoleto, vecchio, superato, ma nonostante ci metta anche del proprio per rendersi tale, giustamente celebrato con una sua giornata mondiale. È il World Radio Day, promosso ogni 13 febbraio dall’ Unesco e giunto alla sua ottava edizione. Il tema delle iniziative di quest’anno è “Dialogo, Tolleranza e Pace”. Il che fa riflettere, dato che la radio almeno qui in Italia è sempre più protesa e talvolta succube dei social network, i quali spesso ci indicano loro malgrado la direzione opposta.

Come si usa il mezzo

Ovviamente, la colpa non è né della radio né della rete, tantomeno dei social, ma sempre e comunque dell’uso che se ne fa. Maurizio Burato, ideatore e sviluppatore di un noto software di broadcasting per la radio, quindi una persona immersa totalmente sia nel mondo dell’etere che in quello delle nuove tecnologie, ha un motto che scrive costantemente sul proprio forum: “Il 99% dei problemi di un computer sta tra la sedia e la tastiera”.

Potremmo dire, mutuando questa affermazione, che la maggior parte dei problemi della radio stia tra l’ideazione e il microfono. Vale per qualsiasi opera umana dell’ ingegno noi conosciamo.

Tra il dire e il fare

Quando Guglielmo Marconi inventò la radio, non era cosciente di averla inventata, anzi osteggiò le prime imprese statunitensi che facevano broadcast, salvo cambiare idea – come fanno le persone intelligenti – e rendersi conto che la strada era esattamente quella, avendo quindi parte nello sviluppo e nell’applicazione della sua invenzione. All’ inizio Marconi pensava solo al telegrafo senza fili e alla possibilità per le navi di poter comunicare da mare a terra in tempo reale. Non in voce, ma telegrafando. Tre punti, tre linee, tre punti… SOS.

Poi ci fu Frank Conrad che ci spinse invece verso la radio che conosciamo tutti, che ci ha permesso di inventarci tante professioni, oltre a incantarci da ascoltatori. Dal telegrafo senza fili ai radioamatori, il cosiddetto “radioascolto”, il passo è stato evidentemente breve. Conrad fece quello ulteriore, decisivo, mandando anche musica attraverso il proprio apparecchio trasmittente. Fu così, tra gli anni Dieci e il 1920,  che si svilupparono le prime compagnie della radio e il primo business. Il resto è storia che in qualche modo tutti noi abbiamo conosciuto e vissuto.

L’evoluzione in Italia

La Radio con la R maiuscola, quella che in Italia fu URI, EIAR, quindi RAI fino agli anni Sessanta ma con retaggi proseguiti oltre, oggi sarebbe improponibile, ma era una fucina di talenti, perché non si poteva sbagliare. Il direttore era il maestro Giulio Razzi, che aveva un’idea ben precisa del mezzo e anche della musica da mandare in onda. Le orchestre (Angelini, Barzizza, Semprini e così via) suonavano dal vivo, spesso dagli studi dislocati nelle principali città italiane, in alcuni casi in sale da ballo molto rinomate. Talvolta, durante la giornata, si mandavano in onda invece i dischi, chiamati “musica registrata”.

La prosa era spettacolare, con grandi registi come Umberto Benedetto, solo per citarne uno, compagnie di prosa a Roma, Torino, soprattutto Firenze, radiodrammi e romanzi a puntate capaci di attirare ascolto e interesse. Merito della bravura degli attori, quasi tutti di scuola teatrale, ma anche dei tecnici e di quella figura prettamente radiofonica che era il rumorista, capace di inventarsi qualsiasi tipo di sonorizzazione, e di renderla credibile.

Gli annunciatori erano insieme con i tecnici la spina dorsale della radio. Dovevano lavorare in diretta, spesso erano anche i responsabili dello studio di trasmissione, venivano multati se commettevano qualche errore. Rappresentavano l’azienda, rappresentavano la Radio.

Poi è arrivata la televisione, e il mezzo ha dovuto prenderle le misure, e rinascere a nuova vita. Lo capirono subito i direttori succeduti a Razzi, cioè Leone Piccioni e Giuseppe Antonelli. La radio italiana ci è riuscita mutuando un po’ dalle esperienze americane, o addirittura in alcune navi che si trovavano in acque extraterritoriali, come Radio Caroline, o Radio Veronica. Bisognava guardare anche fuori: così si affermavano i disc-jockey, che diventavano vere e proprie autorità nel lancio delle canzoni, in Italia abbiamo avuto Renzo Nissim, Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Giancarlo Guardabassi, Adriano Mazzoletti che sono stati dei capiscuola per le generazioni che sono arrivate dopo.

Anche l’annunciatore diventava conduttore, e sono state fondamentali figure come Piero Bernacchi, Gigi Marziali, Paolo Testa, Antonio De Robertis e come Paolo Francisci che poi diventò giornalista. L’intuizione di dirigenti radiofonici come Luciano Rispoli, Adriano Magli e Maurizio Riganti aprì nuove frontiere per la radio, come il telefono, i dilettanti allo sbaraglio sonoramente fischiati (la Corrida di Corrado e Riccardo Mantoni), il varietà della domenica mattina con i grandi divi e il pubblico simulato (Gran Varietà), il cosiddetto “cazzeggio” nobilitato grazie ad Alto Gradimento, trasmissioni come Cararai che attraverso le lettere davano maggiormente la parola agli ascoltatori, grazie soprattutto alla bravura e capacità di un autore e conduttore come Franco Torti, affiancato a turno da Federica Taddei, Elena Doni e Anna Leonardi, e ancora lo schema “musica e news” che avrebbe fatto la felicità delle radio private negli anni successivi, come “Musica In” inizialmente con Ronnie Jones, Claudio Lippi, Barbara Marchand e Solforio (personaggio lanciato da Franco Bracardi). Senza dimenticare la musica “nuova” che arrivava soprattutto attraverso Per voi giovani, Supersonic e le loro derivazioni.

La palestra

La radio è stata palestra di grandi professionisti, lo è diventata anche per quelli delle generazioni successive anche se in una forma diversa. Ci riferiamo alle radio libere che negli anni Settanta hanno avuto un boom, probabilmente sulla scia dei nuovi programmi Rai, ma anche di quello che si ascoltava dalle emittenti estere in lingua italiana e non solo. Radio Montecarlo, Radio Capodistria, ma anche RTL (Radio Tele Luxembourg) e altri canali che arrivavano la sera dall’ onda media.

Nasceva la voglia di parlare, di esserci, di passare dalla parte del microfono. C’era per molti voglia di…socializzare, in tutti i sensi, o semplicemente di potersi esprimere, di poter andare al di fuori dell’ “ingessatura” Rai. L’ascoltatore, specie giovane,  poteva telefonare e parlare con il DJ che stava sentendo alla radio. Talvolta si rasentava il ridicolo, si sbagliava, ma c’era molta onestà. E si stava imparando: pian piano i “vecchi” insegnavano ai giovani, e fino ai primi anni Ottanta il fenomeno si è sviluppato. Poi, dopo l’apice, prevale la necessità economica, c’è meno possibilità di espressione ed originalità: le radio diventano imprese, al limite ONLUS, e sono in gran parte catalogabili.

Il futuro

Ne abbiamo parlato in un precedente articolo: il futuro della radio, è la radio stessa a doverselo inventare. Deve arrivare dall’entusiasmo, dall’originalità, in parte dall’esperienza di chi l’ha fatta. Senza dimenticare una cosa: in immediatezza ormai è battuta da internet e dai social. Ma una voce che ti racconta una cosa in diretta, mentre sta succedendo, la voce, non l’immagine magari rovesciata di una diretta Facebook, non ha eguali. Anche in suggestione. La radio può servire proprio dove i social falliscono, e torniamo all’argomento di questa giornata: Dialogo, Tolleranza e Pace. Come ci ricorda la figura di Antonio Megalizzi, che a questa giornata mondiale 2019 è necessariamente legata. Buon ascolto: possibilmente ascolto, senza visione e con la possibilità di discutere ed interagire. In modo pacato e costruttivo, come la radio può insegnarci anche in modelli addirittura e paradossalmente calcistici, come “Radio anch’io sport”, che in questo modello di radiofonia sportiva rappresenta probabilmente il master universitario.

 

Davide Camera

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Categorised in: Editoriali, Radio

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